PEDAGOGIA DELL'APPARTENENZA

    Il tema della disabilità è qui pensato come luogo d’incontri con “l’altro” dove si definiscono, reciprocamente, le rispettive identità attraverso proposte e negazioni, che travalicano le fragilità di ciascuno. Per incrementare gli strumenti dell’educazione, occorre cercare le radici della comunicazione umana nelle relazioni affettive neonatali, dove sta la matrice delle attività espressive e artistiche: come osserva Caldin nella sua prefazione, “desiderio e mancanza, immaginario e temporalità, improvvisazione e rassicurazione, melodia e ritmo, anticipazione e variazione costituiscono alfabeti che ci pervadono, ci riguardano e investono anche le persone con disabilità, “viaggiatori inattesi”.
    Attraverso le arti performative (musica, danza, teatro), la scuola può facilitare una piena inclusione cogliendo le risonanze espressive che muovono le persone l’una verso l’altra, senza discriminazioni, prima e oltre le parole.

     

    Un estratto dalla Prefazione di Roberta Caldin, Presidente della Società  Italiana di Pedagogia speciale, Professore Ordinario, Università degli Studi di Bologna:

     

    l lavoro di Gianni Nuti che qui presentiamo si avvia con scioltezza e maestria tra approcci filosofici e psicoanalitici puntuali e intensi e singolari progettualità educative. Se il focus del volume – così come lo indica l’autore – è il tema dei linguaggi espressivi ed artistici, il viaggio che la lettura conduce a fare risulta oltremodo “trascendente” le persone, le situazioni contingenti e gli oggetti, in modo tale che il senso di umana appartenenza al mondo (e ai suoi abitanti), attraverso la manifestazione di se stessi al mondo, diventi tangibile e pervasiva di tutto il lavoro. I temi della responsabilità e della reciprocità, che Nuti affronta con grande raffinatezza, divengono cuore pulsante di questo volume che attraversa la questione della limitatezza e della vulnerabilità umane, particolarmente feconde nell’età adolescenziale, quando più immediato e intuitivo è il senso della nostra finitezza e della morte. Reciprocamente impegnati a “sostenerci” in un mare di “differenze” che ammantano la nostra vita di magnifiche, particolari caratterizzazioni – come ci insegnava Paul Claudel – viviamo accanto agli altri le nostre stagioni di “desideri”, di “cura” da offrire e da ricevere, di possibilità che si intrecciano con i limiti, i vincoli e le potenzialità che il gioco della vita, come direbbe Enrico Montobbio, ci riserva. In tal senso, il tema della disabilità – che l’autore traccia con delicatezza, precisione, competenza e profondità – emerge con tutte le proprie potenziali “ulteriorità”, finemente intrecciate a quelle che “l’altro” può proporci, offrirci, negarci. (...)

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